COMUNICATO
STAMPA
Giovedì
09 Luglio, Contemporanea inaugura una selezione di
artisti che formano una collettiva organica sulla
linea curatoriale della nuova galleria romana. I sette
autori, su cui lo spazio intende puntare nella prossima
stagione espositiva, portano in mostra delle opere
esemplificative della propria ricerca, mostrando i
loro tratti peculiari di riconoscibilità, ma
allo stesso tempo riuscendo a ricostruire un corpus
armonico.
Per questo motivo all'esposizione è stato dato
il titolo di “Plasma 09”, prendendo a
prestito un termine fisico che identifica un gas ionizzato,
globalmente neutro ma costituito da particelle cariche.
Questo coesistere di una stabilità totale formata
da sotto-impulsi, stimoli e frenesie interne, è
preso come metafora per rappresentare il sistema creativo
dell'arte contemporanea: una globalità formata
dai fermenti continui e autonomi degli artisti.
Tutti i nomi invitati si muovono in campo pittorico
facendo proprie alcune delle sperimentazioni europee
che si stanno affacciando in questo campo, dal ritorno
di una pittura fortemente simbolica, a ricerche che
fanno proprie strutture dell'arte scultorea e installativa.
La mostra resterà visitabile fino al 03 Settembre.
Contemporanea,
Galleria d'Arte – vicolo Sugarelli 6 –
Roma
orari di apertura: martedi-venerdi 16:00 - 20:00 e
sabato 10:00 - 13:00 , 16:00 - 20:00
www.contemporanearoma.org
DESCRIZIONE
DEI LAVORI DEGLI ARTISTI
Luca
Bidoli ci parla del meccanismo di supremazia
insito nell'uomo rispetto agli altri esseri viventi
prendendo come simbolo quello del cane, che compare
in modo ossessivo e sempre in primo piano. Scelto
soprattutto per la sua vicinanza all'uomo in un meccanismo
di quotidianità, viene dipinto in un sistema
di comparazione con oggetti di uso comune, come pantofole
e poltrone, assimilandolo nello stesso schema di utilità
verso l'uomo e senza conferirgli una propria autonomia.
Questa riflessione viene comunque smorzata dalle tonalità
quasi pop dei dipinti per non diventare polemica.
Maimuna
Feroze-Nana scolpisce con la stoffa dei personaggi
che sembrano marionette, ma che a una seconda occhiata
si notano essere donne incompiute dai tratti del viso
appena accennati con piccoli interventi pittorici
e da un segno rosso in fronte che simboleggia la loro
creatività repressa. Il loro corpo è
mal ricavato dai tessuti e dalle cuciture e sembra
distorto e sghembo. Vengono poi collegate a piccoli
oggetti abbandonati che l'artista recupera per strada
e che abbina alle sue bambole di fatto dedicate alle
memorie di donne che hanno subito abbandoni più
gravi da parte dei diritti civili e del sostegno delle
loro famiglie.
Jara
Marzulli mette in posa personaggi sopratutto
femminili su una scenografia neutra e ne dipingi dei
ritratti realistici che risaltano come in controluce
sullo sfondo estremamente chiaro e monocromo. La figura
ha in questo modo uno sbalzo in avanti che la avvicina
a chi guarda la tela con un coinvolgimento completato
dal realismo dei soggetti e dalle dimensioni quasi
naturali dell'opera. Il pubblico è chiamato
a far parte di una composizione dove i protagonisti
sono l'elemento umano e il suo dolore, rappresentato
da ferite coperte di garze, cuciture nella pelle,
sottili strisce di sangue, e uno sguardo diretto,
disarmato e disilluso.
Lara
Pacilio crea delle pitto-sculture dove l'elemento
dipinto femminile viene fuso con legno e ferro e se
ne tira fuori con uno sforzo sofferto, in un distacco
dalla materia per diventare elemento spirituale. Il
corpo delle sue protagoniste è quasi sempre,
infatti, di un bianco candido e fatiscente, puro eppure
contorto nella fatica dell'emanciparsi dal materiale
pesante da cui sembra nascere. Si tratta ovviamente
di una riflessione sul disagio femminile, sul contrasto
tra una parità accordata di tipo materialista
e la tendenza naturale della donna a una riflessività
emotiva ed emozionale.
Vanessa
Palomba dipinge strutture figurative create
con un realismo essenziale e minimale, spesso improntato
su un solo particolare con una visione “tagliata”
che scarta ogni elemento di contestualizzazione. In
questo modo ottiene una concentrazione totale sulle
tematiche, tra cui quella “portare”, nel
senso più lato e metaforico del termine, spesso
e volentieri anche con il significato di “tras-portare”.
Infatti realizza opere che simboleggiano il carico
di emotività, di responsabilità e di
fatica dell'esistenza umana, come peso invisibile
ma onnipresente, non sempre negativo, ma da cui non
è possibile prescindere.
Tina
Sgrò dipinge interni in cui la luce
è distribuita in modo parsimonioso e i mobili
stanno vicini l'uno all'altro in un ambiente quasi
soffocante, stratificato sotto la polvere, dove il
senso del vissuto è cristallizzato come nei
magazzini di un museo. L'arredamento è una
testimonianza che è stata abbandonata dall'elemento
umano e vive in una trascuratezza appesantita dai
toni scuri, dai cromatismi color mogano, da una sensazione
di nostalgia oppressiva e a tratti disperati che in
questa mancanza non fa presupporre ritorno, ma quasi
un'estinzione di una biologia umana così fragile
a confronto di tutto quello di cui si serve.
Sabrina
Marconi crea delle tecniche miste su sughero
dove la pittura si mischia al collage e dove parole
prese dai giornali si mischiano a un colore bianco
che cola sull'opera e l'avvolge creando uno strato
che nasconde il resto come rivestendolo. Questa tabula
rasa che viene fatta di un quadro composto principalmente
di sughero, materia isolante per eccellenza, crea
un azzeramento di un tipo di comunicazione che viene
ormai vista come troppo autoreferenziale, poco partecipe
del mondo reale, e che quindi necessita che uno strato
di purezza e di autenticità la ripulisca.
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